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| Agenda CNA Macerata: Comunicato |
(Stampa) |
| Data:26/10/2009 |
| Comunicato |
| NON È SOLO QUESTIONE DI ETICHETTA |
Federmoda Cna e Confartigianato Moda replicano ad Enrico Bracalente: il marchio made in Italy solo per chi realizza i prodotti interamente in Italia
Chi vuole delocalizzare parte della produzione, lo faccia, ma non puo’ fregiarsi del marchio
I consumatori hanno il diritto di poter riconoscere e scegliere il vero made in Italy. Hanno il diritto di sapere che, acquistando un prodotto italiano, possiedono la qualità del saper fare che il mondo ci invidia, fatta di storia, creatività, flessibilità, da sensazione ed emozioni immateriali, tutti elementi realizzati da imprese che operano e lavorano sul nostro territorio, che pagano imposte e tasse e producono ricchezza anche per casse dello Stato Italiano E che non pensano a massimizzare il profitto delocalizzando i costi.
Cosi’ i presidenti Cna Federmoda e Confartigianato Moda Anna Piergiacomi e Giuseppe Mazzarella ispondono all’intervista rilasciata da Enrico Bracalente che contesta aspramente la legge sul made in Italy . Ricordiamo al patron della Nero Giardini, che in base alla nuova norma, il marchio “ made in Italy” non è obbligatorio, ma se ne possono fregiare solo coloro che veramente producono tutto nel nostro Paese.
Chi guarda con favore le politiche di delocalizzazione, spesso dimentica il valore delle parole e traduce made in Italy come fatto in Italia, ma anche in Cina, in Romania, in Bangladesh e così via. La traduzione letterale di made in Italy è “fatto in Italia”. Una traduzione naturale, a senso unico, incontrovertibile. A prova di vocabolario. Fatto in Italia e basta.
Le Associazioni artigiane continueranno a battersi per la trasparenza del mercato e la tutela delle imprese che producono interamente nel nostro Paese, affinché il consumatore possa riconoscere la provenienza e la qualità dei prodotti, perché resti in Italia e vengano tutelati il patrimonio manifatturiero e i posti di lavoro.
Il Governo e il Parlamento hanno recepito le nostre sollecitazioni, pur non completamente, confermando il principio che difende chi investe, produce e dà lavoro in Italia e obbliga il produttore a dichiarare l’origine dei prodotti quando questi siano fatti interamente all’estero e possano essere confusi con prodotti italiani. Si tratta di un principio da tempo consolidato in Paesi come gli Stati Uniti, il Giappone e l’India.
Il decreto legge n. 135 del 25 settembre scorso e all’articolo 16 recita: “si intende realizzato interamente in Italia il prodotto o la merce, classificabile come made in Italy ai sensi della normativa vigente, e per il quale il disegno, la progettazione, la lavorazione ed il confezionamento sono compiuti esclusivamente sul territorio italiano”.
La nuova legge dunque non impone di riportare comunque la produzione in Italia: ognuno è libero di scegliere, ma non può fregiarsi indebitamente del made in senza averne le caratteristiche .
Altro punto che ci preme sottolineare: Federmoda Cna e Confartigianato Moda sono in prima fila nella lotta all’illegalità . Non si può “ minacciare” di fare ricorso a manodopera cinese in nero ( Giardini) per far quadrare i conti, qualora si decida di riportare la produzione in Italia. Come a dire l’alternativa alla delocalizzazione è il lavoro nero. L’efficienza è data da un sistema di rete in cui committente e subfornitori, in questo caso aziende terziste della moda, abbiano piena collaborazione in una logica di filiera.
E’ chiaro che chi ha delocalizzato negli ultimi 10 anni ha seminato il deserto della filiera produttiva.
La qualità made in Italy non si improvvisa. E’ il frutto del lavoro quotidiano degli artigiani e dei piccoli imprenditori che producono davvero soltanto sul nostro territorio, custodi della nostra secolare tradizione manifatturiera e artefici di innovazione, partecipi delle reti che innervano l’Italia produttiva, radicati nel territorio di appartenenza e contemporaneamente proiettati sui mercati internazionali. Confartigianato e Cna continueranno a battersi per difendere il patrimonio delle imprese manifatturiere italiane: economia reale, reddito, occupazione, benessere, sviluppo e imposte e tasse.
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